Francesco Cardone
Maestro d'arte
L'esordiente aurora: etica, materia e riscatto
«L'artista è come una sorta di alchimista o meglio come un oculista sui generis che non corregge la vista, ma cerca di far aprire gli occhi alla gente.»
Leggi il testo integrale Chiudi
È una peculiarità dell’arte: essere anche un formidabile strumento di denuncia.
I polimaterici di Berardino Galasso al momento ne sono un chiaro esempio, oltre a essere mirabili opere dell’ingegno e apparire per certi versi come meravigliosi oggetti apotropaici. Dalle premesse non è difficile dedurre che Galasso attualmente sia un artista impegnato, ovvero schierato dalla parte di chi oggi come ieri, armato di arte, fronteggia per conto del vero e del giusto i soprusi, le menzogne, gli illeciti evidenti e non, che da sempre cercano di fare il bello e il cattivo tempo di una società. Non c’è bisogno di essere in odore di santità per essere paladini di buoni (sani) valori (valori positivi): occorre solo essere delle brave persone. E chi conosce Galasso non può non sottolineare quanto questa caratteristica morale caratterizzi la sua personalità.
Questa considerazione vale per dire che essere portatori sani di umanità è un fattore che anche nell’arte gioca un ruolo non indifferente, soprattutto perché, fra l’altro, vanifica la vanità e la gloria fini a se stesse ponendola alle dipendenze della sostanza delle cose, che fa diventare onorevole l’apparenza, rispettabile e con una forma mentis con i piedi ben piantati a terra come un seme che vuol crescere e svilupparsi per dare il meglio di sé, soprattutto quando ha la testa tra le nuvole della creatività e dell’immaginazione.
Se il buongiorno si vede dal mattino, “l’esordiente aurora galassiana” non solo è suggestiva, rapinosa, magica come ogni alba, ma è anche luce foriera di un percorso che di questo passo difficilmente potrà evitare all’artista di finire in una splendida pleiade come una coinvolgente stella cometa dell’arte per tutti i Re Magi tesi verso l’intelligenza che cerca di eradicare o rendere meno invasiva la stupidità.
I polimaterici di Galasso non sono sculture e non sono installazioni: sono composizioni polimateriche che rientrano nelle correnti d’arte contemporanea del Polimaterismo dell’Arte Materica, dell’Arte Informale e Concettuale, almeno fino a quando non sarà lui stesso a caratterizzare in maniera più appropriata il suo lavoro.
È la sua particolare maniera di esprimersi per mezzo dell’arte: assemblare materiali eterogenei, riciclati, e realizzare composizioni che, mentre rappresentano tridimensionalmente la sua opinione in merito a determinati argomenti, pubblicizzano di fatto i vantaggi del riciclo ed implicitamente le potenziali convenienze di cui può usufruire una società multirazziale ben assestata. Vagheggia a modo proprio una personale Città del Sole in miniatura.
L’opera “galassiana” è particolarmente ricca di aperture e slanci che la rendono fortemente dinamica, in cui si promuove come stimolo di riflessione e di “autoreverse”. Come i quadri astratti, i suoi polimaterici non sono di immediata e facile fruizione, pertanto sono affidati alla libera interpretazione di chi, non avendo avuto la possibilità di discorrere con il loro autore, è costretto a “passeggiare” con lo sguardo e con il pensiero su e giù per i piani e dislivelli della struttura che ha sotto gli occhi. Ma è proprio grazie a questa, attingendo dalla propria sensibilità, che nasce l’Eureka soggettivamente condiviso e risolutivo del proprio pensiero.
Ma è proprio da qui che comincia il bello e, oserei dire, il pedagogico: perché proprio come i quadri astratti, anche i suoi polimaterici sollecitano l’attenzione, i sentimenti e le emozioni di chi li guarda ad aprirsi a nuovi orizzonti interpretativi verso cui protendere e sciogliere un pensiero irrigidito ed ossidato da un permanente quotidiano già visto, fritto e ritrito, inducendoli — o meglio incoraggiandoli — a voltare angoli del pensiero mai svoltati; a percorrere percorsi che, liberando le vene dal pregiudizio, fanno scorrere il pensiero in una stanza nella quale abbiamo aperto la finestra per far cambiare l’aria viziata che si respirava, dove un leggero mal di testa è un sintomo di benessere del nuovo che sta prendendo il posto del vecchio.
L’arte per certi versi può essere vista come una bacchetta magica, come una panacea, come un bel film, e l’artista come una sorta di alchimista o meglio come un oculista sui generis che non corregge la vista, ma cerca di far aprire gli occhi alla gente.
Infine Ad Maiora è un Ad Maiora che si fa anche suggerimento a prestare attenzione al terreno sul quale si sta muovendo l’entusiasmo: un terreno che cede velocemente e non regge al peso dell’incoerenza.